Il figlio di Saul

Uno schermo, per quanto panoramico, non sarà mai abbastanza grande per comprendere la Shoa. Perciò László Nemes, regista de Il figlio di Saul, lo schermo ha deciso di ridurlo all’essenziale, ai 4:3 del vecchio formato televisivo. D’altronde è così che il suo protagonista guarda il mondo. È concentrato su ciò che deve fare, non c’è spazio per nient’altro.

Si chiama Saul Ausländer ed è uno dei Sonderkommando, i prigionieri ebrei costretti a lavorare nella fabbrica dello sterminio. Vittime e al tempo stesso carnefici (“i più tristi del lager”, scrive Martin Amis nel suo ultimo romanzo). I Sonder accompagnano i condannati nelle camere a gas, ne puliscono le tracce, stoccano vestiti ed effetti personali, smaltiscono “i pezzi” – così vengono chiamati i cadaveri – gettandoli nei forni. Questo vede Saul. Inquadrature strette. Dettagli. Pezzi, appunto. Non può permettersi una visione d’insieme. Il cinemascope, per un Sonder, è impossibile per una questione di sopravvivenza. Guardandosi intorno non riuscirebbe a fare quello che deve, e verrebbe ucciso a sua volta. Ecco perché lo schermo è così ridotto. Ed ecco perché lo sfondo, o quel poco che ne rimane, è costantemente fuori fuoco.

In Schindler’s List c’era la bambina dal cappotto rosso, unica macchia di colore del film. Qui, ad attirare l’attenzione di Saul, è un ragazzino, un cadavere tra centinaia di cadaveri. Saul non vuole che venga ingoiato dai forni. Farà di tutto per evitarlo, cercherà un rabbino, nasconderà il corpo, gli darà degna sepoltura. Perché proprio quel ragazzino? Perché lui e non un altro?

A chi glielo chiede, Saul risponde che quello è suo figlio. Che sia vero o meno non lo sappiamo e non lo sapremo mai, e forse dopotutto non conta, perché da questo momento Saul ha un compito, il primo che si sia dato da solo lì dentro. Viene in mente il Milton di Fenoglio, che annulla il contesto della guerra partigiana per inseguire il fantasma di Fulvia. Anche Saul azzera il lager e si muove nello spazio come una forza determinata. Anche lui ha una questione privata. Le inquadrature diventano ancora più strette, lo sfondo sempre più sfocato. Prima era istinto di sopravvivenza. Ora la concentrazione dello sguardo dipende da qualcos’altro: l’urgenza di compiere un gesto, non importa quale e non importa destinato a chi. È il bisogno di salvare la tua umanità, almeno una piccola parte, un attimo prima che lo schermo diventi nero.

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