Camerun & Curling

C’era una volta Torino 2006. C’era uno sport che faceva impazzire tutti. E c’era una squadra che si ispirava alla nazionale giamaicana di bob. Io facevo lo stagista a Catersport, Radio 2 Rai. La storia che segue magari non è vera al cento percento. Ma in fondo l’ho detto all’inizio: Torino 2006 è una favola.

Accadde verso la fine dei Giochi. Stavo leggendo un articolo sulla frase Passion lives here – oltre che lo slogan di Torino 2006, venne fuori che era anche il nome di una catena irlandese di sexy shop –, quando il curatore del programma entrò in redazione e disse di aver ricevuto uno strano fax: la squadra camerunense di curling sfidava Catersport, la nostra trasmissione.
L’incontro si sarebbe tenuto quella sera stessa in piazza Bodoni, dov’era stata allestita una pista outdoor. I camerunensi avevano scherzosamente messo in palio delle medaglie di ebano (per i vincitori) e di caucciù (per gli sconfitti), due tra le principali materie prime del paese. Che ne pensavamo? L’idea ci piaceva? Non ci piaceva? Tanto era lo stesso, disse il curatore, visto che lui aveva già risposto di sì.
Fin lì mi ero fatto l’idea che il curling fosse un incrocio tra il pattinaggio sul ghiaccio, un pomeriggio alla bocciofila e le grandi pulizie di fine stagione.
Le partite si giocano su una pista lunga e ghiacciata, in fondo alla quale viene sistemato un pallino. Le due squadre hanno a disposizione una serie di lanci per avvicinarlo il più possibile. Solo che, al posto delle bocce, viene usato un grosso blocco di granito arrotondato e munito di manico che è come ti immagineresti un ferro da stiro se i Flintstones ne avessero avuto uno. Il lanciatore si piega, lo afferra dall’impugnatura, prende una breve rincorsa e lo indirizza verso il pallino facendolo scivolare sulla pista. A quel punto i suoi compagni di squadra lo inseguono con in mano delle scope, e una volta che l’hanno raggiunto si mettono forsennatamente a spazzolare il ghiaccio, come se quel ferro da stiro preistorico non tollerasse la benché minima traccia di sporco davanti a sé. Vince l’incontro la squadra che, ma no, dài, chi se ne frega.

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È sufficiente dire che i ragazzi del Camerun facevano un bel contrasto col ghiaccio e che la sfida contro di loro fu piuttosto combattuta finché non giunse il turno di lancio del nostro curatore. Contavamo molto su di lui perché era l’unico tra noi che sapesse pattinare. Infatti la sua rincorsa fu veloce ed elegante, e anche l’impugnatura denotava una certa confidenza con l’attrezzo – forse le camicie se le stirava da solo –, e però, al momento di lasciarlo andare, il curatore molto semplicemente non lo fece. Il braccio gli si allungò fin dove era possibile, ma lui non abbandonò la presa nemmeno allora, sicché il ferro da stiro se lo tirò dietro trascinandolo come una slitta per poi depositarlo tre metri più in là, prono sul ghiaccio, immobile e ancora saldamente attaccato al manico.
Io mi trovavo proprio in quel punto con la mia scopa in mano. Repressi l’istinto di spazzarlo via dalla pista e lo aiutai a rialzarsi.
La medaglia di caucciù ci fu consegnata nel corso di una piccola cerimonia improvvisata. Non so che fine abbia fatto, probabile che sia andata perduta durante l’ultimo trasloco. Ed è un peccato non averla conservata, perché quel secondo posto dietro il Camerun ottenuto in un torneo di curling non ufficiale ai margini di Torino 2006, è e resterà per sempre il mio miglior piazzamento olimpico.

(credits photo: Benson Kua)

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