I guardiani

Jan Tomaszewski, che difendeva i pali della Polonia ai mondiali del ’74, quando si tuffava aveva “uno stile poco ortodosso che lo faceva apparire un quarto di bue in volo”, oppure “un grosso pesce sgraziato balzato fuori dall’acqua per raggiungere un insetto”.

Nel 1956 il titolo di calciatore inglese dell’anno fu assegnato a un portiere che inglese non era affatto: si chiamava Bernd Trautmann ed era un tedesco, che per giunta aveva combattuto nella Wehrmacht, dunque contro quegli stessi inglesi che ora, a dieci anni di distanza, lo acclamavano come uno di loro, anzi, il migliore tra loro.
Toni Turek, anche lui portiere e anche lui tedesco, futuro campione del mondo nel ’54, fece la sua prima parata in spiaggia, nell’acqua bassa – e gelida perfino ad agosto – del Mare del Nord, per evitare che il pallone finisse al largo dopo il rilancio maldestro di un difensore. “Fu come se avesse calcolato con precisione la parabola perché, in volo, abbrancò il pallone e ricadde, in piedi, nell’acqua che – pareva avesse ragionato istantaneamente sulla questione – non raggiungeva il bordo dei calzoni corti.”

Jan Tomaszewski, Bernd Trautmann, Toni Turek. E poi, ancora, Henry Françillon, “il portiere nero vestito di chiaro” che blindò la porta di Haiti contro l’Italia di Riva e Rivera ai mondiali del ’74. E Pierangelo Belli, estremo difensore del Milan, cui Chinaglia fratturò un dito con una terrificante punizione dal limite. E William Vecchi, il suo sostituto, che parò l’impossibile nella finale di Coppa delle Coppe del ’73, ma fu sommerso di gol all’ultima di campionato nella “fatal Verona”. E infine Giuseppe Perrucchetti, portiere della nazionale ai mondiali del ’36 al fianco di Meazza e poi partigiano nel ’44 ad Alba assieme a Fenoglio.

Tutti loro – quasi tutti, perlomeno –, pur così diversi l’uno dall’altro, avevano in comune tre cose.
Primo: da ragazzini, quando giocavano sui campetti, non avevano alcuna intenzione di stare in porta.
Secondo: quando da ragazzini giocavano sui campetti e non avevano alcuna intenzione di stare in porta, c’era sempre nei paraggi un Vecchio Allenatore, uno di quelli che parlano poco ma ci vedono lungo; quelli a cui basta nulla – un tuffo nel Mare del Nord, ad esempio – per intuire il tuo talento; quelli che ti prendono da parte e dicono, Dammi retta, lascia perdere la fascia destra e mettiti lì tra i pali; quelli che una decina d’anni dopo, nell’osteria del paese, con un bicchiere di rosso in mano e gli occhi lucidi, ti guardano in tv mentre ti protendi all’incrocio dei pali a Wembley o mentre sollevi al cielo la coppa del mondo.
Terzo: questi portieri, che portieri non volevano essere, e che diventarono tali grazie alla cocciutaggine e alla lungimiranza di un Vecchio Allenatore, prima di intercettare i proiettili scagliati dagli attaccanti avversari, furono spesso costretti a schivare i proiettili veri, quelli che volano sui campi non di calcio ma di battaglia.

Prendete Trautmann. Quando all’inizio della sua avventura nel campionato inglese veniva insultato dai tifosi – “assassino”, “crauto maledetto”, “bastardo nazista” –, lui rimaneva perlopiù impassibile; “in cuor suo, pensava che dopo aver passato un numero imprecisato di giorni intrappolato sotto le macerie di un palazzo durante il bombardamento di Kleve e aver visto con i propri occhi i nazionalisti ucraini squartare vive diverse centinaia di prigionieri ebrei, polacchi e russi, i ventimila inglesi che protestavano perché il portiere del Manchester City era un ex soldato tedesco, francamente, lo facevano ridere”.
Quanto a Turek, fu investito da un’esplosione nella battaglia di Kursk, il più grande scontro di mezzi corazzati della storia, e una scheggia di granata gli si conficcò nel cranio. “Vedrai che ti troverai bene con lei,” gli disse l’ufficiale medico. E aveva ragione. Turek, con quella scheggia piantata a pochi centimetri dal cervello, si sarebbe opposto agli assalti di quei favolosi calciatori ungheresi dai nomi avvolti nella leggenda – Puskás, Czibor, Tóth, Kocsis, Hidegkuti –, avrebbe sventato tutti i pericoli intuendo sempre in anticipo la traiettoria del pallone e avrebbe trascinato la Germania alla conquista del mondiale.

Tomaszewski, Perrucchetti, Belli, Trautmann, Turek, Vecchi, Françillon. Sono loro I guardiani, i mitici portieri che si muovono tra i pali di un libro bellissimo, emozionante e appassionato.
Grazie di cuore a Marco Ballestracci per averlo scritto!

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