La cerimonia di Londra 2012

I greci erano passati per primi in quanto inventori dei Giochi, mentre i britannici, che li avevano organizzati, avrebbero percorso la pista di atletica per ultimi. Tutti gli altri si avvicendavano nelle inquadrature secondo l’ordine alfabetico. Bahrein, Barbuda, Belgio, Belize, Benin. Alcuni paesi sembravano inventati, oppure fondati in fretta e furia prima delle Olimpiadi. Altri, come le Isole Bermuda, avevano vestito i propri atleti in modo didascalico. La regia internazionale si soffermò a lungo sui loro pantaloni corti, poi staccò sulla nazione successiva. Probabilmente qualcosa del genere sarebbe avvenuto anche con Panama.
I primi piani mostravano volti raggianti e un incredibile campionario di tratti somatici. Da una delegazione all’altra gli angoli degli occhi si allungavano oppure piegavano verso il basso. Le iridi prima erano nere, poi diventavano azzurre e quasi diafane, poi tornavano a scurirsi. Le labbra si ispessivano e si assottigliavano. Eritrea, Estonia, Etiopia. I denti risaltavano di più o di meno a seconda del colore della pelle. I capelli cambiavano tonalità e intanto si increspavano, si arricciavano, si stiravano, si annodavano in acconciature complicate, sparivano sotto veli e turbanti. I velocisti giamaicani scalpitavano nella lentezza del corteo. Tra una settimana si sarebbero divorati quel tratto di pista in meno di dieci secondi. A seguire Giappone, Gibuti, Giordania. Talvolta l’ordine alfabetico creava contiguità storicamente significative. L’Iraq veniva subito dietro l’Iran. Poco dopo era il turno di Israele. I vietnamiti avrebbero sfilato a non molta distanza dagli americani.

Era la prima volta che Kevin assisteva alla cerimonia dai tempi di Monaco, quando vi aveva partecipato. Le Olimpiadi successive le aveva seguite in tv, oppure, nel caso delle due edizioni americane, addirittura dal vivo. Ma aveva sempre evitato la cerimonia di apertura. Il problema non erano le gare in sé o i loro esiti finali. Le lacrime non producevano alcun effetto su Kevin, né quelle di gioia né quelle di disperazione. Le prime non le aveva mai provate, e perciò non disponeva dei mezzi necessari per immedesimarsi. Le seconde, anche se le conosceva bene, avevano comunque qualcosa di liberatorio. Il dolore trovava sfogo in una manifestazione immediata e largamente condivisa. Il pianto veniva assorbito da miliardi di occhi, la sconfitta frazionata in tante parti quanti erano gli spettatori collegati in mondovisione. Questo finiva per renderla accettabile.
Lesotho, Lettonia, Libano, Liberia.
La cerimonia era più insidiosa. O meglio, lo era questa sua parte. Se almeno ci fosse stata una pausa. Uno stacco musicale, un intervallo pubblicitario. Invece i telecronisti pronunciavano i nomi dei paesi uno dopo l’altro e le squadre si susseguivano sullo schermo senza soluzione di continuità. Libia, Liechtenstein, Lituania. Gli organizzatori contavano sull’effetto ipnotico della ripetizione, sulla straordinaria somiglianza dei gesti a dispetto delle differenze etniche. I portabandiera sbucavano dal tunnel, gli atleti sfilavano dietro di loro, il pubblico li additava sui maxischermi dello stadio. Dopo aver completato il giro, ciascuna squadra si sistemava sulla collina artificiale eretta al centro della pista, dove le bandiere venivano piantate l’una accanto all’altra. Nel frattempo aveva fatto la sua comparsa una nuova delegazione.
Malawi, Malaysia, Maldive, Mali.
Di preciso, Kevin non sapeva per quale motivo non avesse mai guardato la cerimonia. Sospettava che non sarebbe stato prudente, tutto qui, glielo diceva l’istinto. Solo ora cominciava a capire, a mettere a fuoco cosa ci fosse di tanto pericoloso in quella processione di sportivi in apparenza così pacifica, così rassicurante nel suo ordine alfabetico. Alcune delegazioni contavano appena un paio di atleti dietro il portabandiera. Ciononostante anche questi paesi – minuscoli arcipelaghi che ti immaginavi coperti da una vegetazione lussureggiante, isolotti in grado di offrire a chi ci viveva una felicità sperduta e marginale –, anche loro contribuivano alla sensazione di Kevin che la pista fosse sul punto di traboccare. Non era un problema di spazio, che di sicuro sarebbe bastato per tutti. Semmai c’entravano le espressioni degli atleti su cui la regia, sfortunatamente per Kevin, continuava a indugiare.

Ecco, stava succedendo di nuovo. Ora in tv c’era una splendida ragazza marocchina. Mezzofondista, a giudicare dal fisico. Era minuta e spigolosa. Sfilava in modo composto, abituata com’era a non disperdere energie. Non stava sorridendo, ma i suoi occhi, grandi e opportunamente sostenuti da zigomi sporgenti, erano accesi da una speranza così incondizionata, da una tale dose di fiducia nel futuro che Kevin fu costretto a distogliere lo sguardo. Era questa, l’insidia della cerimonia. Uno dopo l’altro, gli atleti stavano riempiendo lo stadio olimpico di attese, di aspirazioni, di desideri per esaudire i quali si erano allenati ogni giorno negli ultimi quattro anni, un cumulo di sogni a occhi aperti che stava raggiungendo un’altezza paragonabile a quella della collina con le bandiere. Nella stragrande maggioranza dei casi erano aspettative destinate a essere deluse, così come la collina sarebbe stata spianata subito dopo la cerimonia. Kevin era tormentato dal fatto che nessuno sembrava minimamente badarci. E dire che sarebbe stato sufficiente guardarsi intorno. Quanti erano gli atleti sulla pista. E quanti ancora nei sotterranei dello stadio. Un numero di per sé poco significativo, forse non astronomico in senso assoluto, ma esorbitante se confrontato con quello delle medaglie. Se poi si restringeva ancora il campo, la sproporzione diventava crudele. C’erano migliaia di concorrenti e pochissime medaglie d’oro. Marshall Islands, Mauritania, Mauritius. Come facevano gli atleti a non rendersene conto.

Gli ostacolisti sarebbero inciampati sull’ultima barriera, i saltatori avrebbero fallito la misura per accedere alla finale, le tuffatrici avrebbero sollevato uno schizzo in più del dovuto. Errori infinitesimali, quasi sempre una questione di centimetri o millesimi di secondo. Era quanto bastava. Kevin sapeva per esperienza che sono proprio gli scarti minimi a determinare la felicità, o più spesso l’infelicità. Dopodiché cominciava un’altra storia, una vita che poteva essere serena o meno, agiata oppure no, ricca o avara di soddisfazioni, piena d’amore o povera d’amore, ma che in ogni caso non avrebbe avuto più niente a che fare con la felicità e forse neppure con l’infelicità. Gli atleti in tv stavano andando incontro a tutto questo col sorriso sulle labbra.

(da Le Vittorie Imperfette, Feltrinelli)


* La cerimonia di apertura nella foto racconta i Giochi Olimpici di Monaco ’72 (come fa il mio libro, del resto).

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