Onuaku e il tiro della nonna

D’altronde si chiamano tiri liberi. Insomma, già il loro nome ti spinge a fregartene di tutto e a cercare la tua strada. Questo deve aver pensato Chinanu Onuaku la prima volta.
27 giugno 2015, mondiali under 19, Heraklion (Creta). Usa contro Iran. Mancano 4’40” alla fine del primo quarto, quando Onuaku subisce fallo e va in lunetta. A sorpresa la sua squadra è in svantaggio, ma si tratta solo di uno di quegli inizi indolenti cui ci hanno abituato gli americani nei tornei internazionali. Presto i valori in campo saranno brutalmente ristabiliti, dunque non è per una questione di punteggio che a Onuaku, mentre riceve il pallone dall’arbitro, tremano un po’ le gambe. Il gesto che sta per compiere sarà insieme antico e rivoluzionario, il ragazzo ne è consapevole. Sta per violare una specie di tabù, ma al tempo stesso sta andando a ripescare una tradizione che sembrava morta e sepolta.
Per dire, l’ultima volta in cui si è vista una cosa del genere su un campo di basket, il presidente era Jimmy Carter. Correva l’anno 1980, e Rick Barry, tra i cinquanta cestisti più forti di tutti i tempi, chiudeva la carriera con uno strabiliante 89,3% dalla lunetta. Barry ci si piazzava a gambe larghe, afferrava il pallone con entrambe le mani, se lo portava appena al di sotto dei testicoli – non c’è altro modo per dirlo – e da quella poco nobile area anatomica lo lanciava verso il canestro con una grazia ai limiti della leggiadria. E segnava, Barry, nove volte su dieci.

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(credit photo The Dream Shake)

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