Summer Interior

Entrarono in una saletta laterale dov’era esposto un quadro dal titolo Summer interior, il ritratto di una donna seduta ai piedi di un letto in disordine, con indosso solo una blusa senza maniche. Il suo sesso era sfacciatamente in vista, ma non fu questo a colpire Kevin. La donna appariva sconvolta, come se si fosse svegliata da un brutto sogno. Oppure nella sua stanza c’era stato qualcuno, uno sconosciuto che l’aveva presa con la forza e poi se n’era andato lasciandola lì, per terra e con il letto sfatto. Aveva quel tipo di bellezza che spinge gli uomini a essere brutali, a premere le dita sulle cosce, a mordere, ad affondare il viso tra i seni. Si era appoggiata al materasso con il gomito del braccio destro, mentre il sinistro era disteso su un fianco. Le gambe – la destra piegata verso l’interno, la sinistra verso l’esterno – erano nude e bianche. Kevin provò il desiderio quasi doloroso di toccarle, sembravano fatte di una pasta luminosa. Il volto non si vedeva, la donna aveva la testa bassa e non si accorgeva di essere guardata. Il sole proiettava un rettangolo di luce chiara sul pavimento proprio accanto a dove si era seduta. Lei e la luce non si toccavano se non in un unico punto, dove le dita del piede sinistro erano finite appena dentro il perimetro del rettangolo.
“Hopper non era capace di agire,” disse Jacqueline, “perciò non gli restava che dipingere. Ovvero, nel suo caso, illuminare una scena. Forse è cominciato tutto con questo quadro.” Nel dirlo Jacqueline aveva abbassato la voce, come se non volesse farsi sentire dalla ragazza che vi era raffigurata. “Prima le ho parlato di Marion?”
“No, non mi pare.”
“Era la sorella di Hopper. Una volta, d’estate, quando lui aveva diciassette anni e Marion diciannove, rimasero da soli in casa per un paio di giorni. Marion pensò di approfittarne per dare una festa. Abitavano a Nyack, un paese vicino a… Che stupida, lei viene da New York. E comunque, Hopper se ne stette in disparte, perlopiù a guardare i ragazzi che corteggiavano le amiche della sorella, cosa che avrebbe fatto volentieri anche lui se solo ne avesse avuto il coraggio. A un certo punto si era stufato ed era salito in camera.
“Il mattino dopo, molto presto, sentì dei rumori provenire dalla stanza degli ospiti, poi anche dei lamenti. Si alzò con l’intenzione di dare un’occhiata, magari un’amica di Marion aveva bevuto troppo, si era fermata a dormire da loro e adesso accusava i postumi della sbornia. Bussò alla porta, ma così piano che chi stava dentro probabilmente nemmeno se ne accorse. Allora fece il giro dal balcone e guardò attraverso gli scuri di una portafinestra. Dentro la stanza c’era Julia, una studentessa dell’Ivy League che aveva dei parenti a Nyack e perciò trascorreva lì le vacanze. Hopper la trovava attraente e dunque quasi intoccabile. Era convinto che le ragazze formose come Julia avessero una qualità rara e preziosa che non avrebbero dovuto concedere a nessuno, nemmeno a lui. Per qualche motivo le riteneva investite di una responsabilità maggiore rispetto alle ragazze magre. . Hopper aveva trovato questa frase in un romanzo di Balzac e l’aveva sottolineata in rosso. I loro corpi avevano un potere immenso. Offrirli a un uomo significava svilire quel potere, ridurlo a qualcosa di accessibile.
“La sera prima, durante la festa, Julia aveva accettato l’invito di un amico di Marion proprio nel momento in cui Hopper si era deciso ad avvicinarla. Avevano ballato un lento, dopo di che lei si era lasciata baciare. Adesso era seduta per terra, nuda dalla vita in giù. Aveva una mano poggiata sul letto e con l’altra si stava accarezzando i capelli. Non era difficile ricostruire cosa fosse accaduto. Lei e quel ragazzo dovevano aver passato la notte insieme e fatto l’amore fino all’alba, svegliando Hopper con quelli che lui aveva scambiato per lamenti. Eppure lui non capiva come mai Julia si trovasse lì sul pavimento, né lo avrebbe mai saputo. Era troppo concentrato a guardare, a imprimersi nella testa le gambe di Julia, il modo in cui le aveva piegate, la sua pelle così bianca e morbida, una specie di bagliore latteo nella penombra della stanza.
“Si sentiva mancare il respiro, non osava muoversi per paura che lei si accorgesse della sua presenza. Julia aveva la testa abbassata e i capelli davanti agli occhi. Inoltre dava le spalle alla portafinestra. Non sapeva di essere osservata, il che la rendeva totalmente indifesa, nuda ben al di là dell’avere le gambe scoperte. Hopper non concepiva il sesso se non c’era dentro una qualche forma di profanazione, di intrusione violenta o comunque non desiderata. Il suo sguardo aveva questa natura aggressiva, ma stavolta non gli bastava, il contatto con Julia era ancora troppo immateriale. Un colpo di vento fece scricchiolare le imposte. Se non fosse entrato nella stanza, se non si fosse disteso accanto a lei e non avesse posato le mani sulle sue gambe non se lo sarebbe mai perdonato, avrebbe rimpianto questa occasione per il resto della vita. D’altra parte, era sicuro che Julia si sarebbe spaventata a morte non appena lo avesse visto. Avrebbe urlato e sarebbe scappata via. Immobile dietro la portafinestra, Hopper si stava infuriando. La sua eccitazione diventava sempre più rabbiosa dal momento che non esisteva nessuna possibilità di sfogarla. Ci fu una nuova raffica, più forte di quella precedente, tanto che gli scuri si schiusero appena e sul pavimento della stanza si allungò una striscia di luce. Julia non ebbe alcuna reazione, assorta com’era in qualunque cosa stesse facendo. Forse non aveva nemmeno gli occhi aperti. Hopper provò a esercitare con le dita una pressione sulle stecche delle persiane, abbastanza lieve perché la si potesse scambiare per un altro colpo di vento. I cardini cigolarono e la striscia di luce si allargò in direzione della gamba sinistra di Julia, che ancora una volta non si mosse.”
Kevin aveva chiuso gli occhi. Era abbastanza certo che Jacqueline stesse inventando parola per parola – d’altronde non aveva appena detto che gli stessi Hopper si regolavano così, di fronte ai quadri? –, ma gli importava poco. Il racconto di Jacqueline si faceva strada dentro di lui, riattivando al suo passaggio sinapsi e terminazioni nervose. Lo sentiva partire dal cervello e da lì irradiarsi in tutto il corpo. La verità del racconto risiedeva negli effetti che stava producendo.
“Hopper trattenne il respiro, ormai non mancava molto. Infilò le dita tra le stecche della persiana e la spinse sollevandola verso l’alto, in modo che i cardini cigolassero il meno possibile. Il rettangolo di sole si espandeva piano, un fluido luminoso e curiosamente geometrico che stava allagando la stanza. Hopper riuscì a toccare la punta del piede sinistro di Julia appena prima che la persiana si aprisse del tutto. Quella era la sua luce, l’aveva creata con le proprie mani, e non ci sarebbe mai stata altra maniera, per lui, di raggiungere le cose, di stabilire con loro un contatto più intimo. Dopo un po’ Julia dovette avvertire il calore sul piede, perché smise di accarezzarsi i capelli e si voltò verso la portafinestra.”
Jacqueline fece una pausa, Kevin aprì gli occhi.
“Ma a quel punto Hopper era già lontano.”

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