Dai Balcani a Ivrea in un solo canestro

Sarajevo, Tuzla, Mostar, Dubrovnik. Facile che nello scorrere questi nomi vengano in mente città assediate, ponti distrutti, biblioteche in fiamme, nidi di cecchini, fosse comuni.
A me viene in mente un ragazzino. Ha più o meno la mia età, quando lo vedo, e un pallone in mano. Siamo a Dubrovnik, io in vacanza, lui ci abita. Magro e longilineo, è completamente assorto in quello che sta facendo: tirare a canestro in un campetto all’aperto. Dieci, venti, cinquanta, cento volte. Essendo slavo, quasi sempre la butta dentro. Il canestro non ha sostegni, è imbullonato direttamente nelle mura medievali della città, e questo, man mano che osservo la scena, mi trasmette la sensazione che il ragazzino sia lì da tantissimo tempo, forse da sempre. Era estate, l’estate del 1990. Un anno più tardi, Dubrovnik fu cinta d’assedio e semidistrutta dalle bombe.
“Dopo ogni guerra” scrive la Szymborska, “c’è chi deve ripulire”. Bisogna spazzare via le macerie, puntellare un muro, rimettere in piedi un ponte. Dubrovnik è stata ricostruita, così come la biblioteca di Sarajevo e il ponte di Mostar. Ma non basta, evidentemente. Non basta perché ancora oggi molti di noi associano i nomi di queste città a immagini di devastazione e di morte. Non basta perché, nella mia testa, il ragazzino di Dubrovnik ha smesso di giocare nell’autunno del 1991 e non ha più ricominciato.
Poi ho visto queste fotografie. Sono state scattate durante l’ultima edizione di un torneo under 14 che si tiene a Ivrea dal 2001. Le squadre che vi prendono parte vengono da tutta Europa, ma specialmente dai Balcani.

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(Credit photo: Alessandro Franzetti via)

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