PORTRAITS#3 Growin’up

La prima volta che l’ho vista… e chi se la dimentica. Giapponese, corpo sinuoso, curve nei punti giusti, sensuale, provocante, bellissima e irraggiungibile. Passavo le ore a fissarla. Avevo quindici anni e non c’era niente al mondo che desiderassi di più.

Così, un giorno di dicembre, prendo per mano mia madre, la trascino all’angolo tra la Jackson e Center Street e gliela faccio conoscere. Beh, che ne te pare? Non è meravigliosa, mamma?
Mia madre dice che sì, in effetti non è niente male, solo che…
Solo che?
Ecco, dio santo, Bruce, 69 dollari!
Ma c’è anche l’amplificatore!
Ok, ma 69 dollari!
Pregai mia madre, la scongiurai, le dissi che senza non potevo vivere. Ti prego mamma, c’eri anche tu davanti alla tele, l’hai visto Elvis come si muoveva, com’era felice, e si sentiva così perché aveva addosso una chitarra, era felice come un bambino. E tu, mamma? Non vuoi che anche il tuo bambino sia felice?
Mia mamma era italiana, conoscevo i suoi punti deboli. E d’accordo, quel giorno la chitarra la lasciammo nella vetrina di Caiazzo’s Music. Però, alla vigilia di Natale del ’64, tra lucine e festoni, mentre mia madre sfoderava il migliore dei sorrisi – e mio padre ovviamente stava in cucina a bere –, sotto l’albero trovai la mia adorata, la mia amata, fiammante, ruggente e tamarrissima chitarra elettrica Kent.
Ti ricordi, Clarence? Quando hai visto per la prima volta il tuo sax: te lo ricordi? La prima volta che l’hai preso in braccio, la prima volta che l’hai suonato, la primissima nota venuta fuori dal tuo strumento, dal vento dei tuoi polmoni, dalle tue dita… Cristo, amico.
Io mi ricordo che quella sera, salendo in camera, passai davanti allo specchio del corridoio. Facevo in modo di non guardarci, di solito, sai? Non mi piaceva quell’aria da cane bastonato, le spalle curve, lo sguardo spento. Ma stavolta, passandoci davanti, avevo intravisto qualcosa di diverso, qualcosa che mi costrinse a tornare sui miei passi. Chiusi gli occhi, li riaprii. Wow! Wow! E wow!
Ero sempre io, chiaro. Ma le spalle, ora che avevo la chitarra, mi sembravano un po’ meno cascanti; e le gambe, anche se gracili, erano ben piantate per terra; e lo sguardo era diventato, non dico intelligente, adesso non esageriamo, ma determinato sì, cazzo, tanto che fissai negli occhi il tizio dello specchio, lo guardai e dissi: Ce l’hai con me? Ce l’hai con me? No, dico, ce l’hai con me? Del resto non ci sono che io, qui…
Anni dopo, nel ’75, a New York, avrei ripetuto più o meno le stesse parole davanti al pubblico di un concerto – Dici a me? Dici a me? Ehi, con chi stai parlando? –, e tra il pubblico c’era… Sai chi, Clarence?
Robert De Niro, già, un anno prima di Taxi Driver. Quella scena lì l’ho inventata io, e va bene, poi lui l’ha migliorata un po’, però è da me che l’ha presa, te lo giuro, amico.
Ma questo sarebbe accaduto soltanto dopo. Per il momento è ancora il Natale del ’64 e io sono nel corridoio con la mia Kent a tracolla.
Continuai a parlare con lo specchio per un bel pezzo, poi iniziai a urlare, battendo i piedi per terra e la mano sulla chitarra – Are you talking to me? To me? –, mi sentivo come attraversato da una scossa, ma bella forte – Are you talking to me? –, ed era la prima volta che la sentivo, era quella stessa elettricità che avrei scatenato sul palco suonando con te e con gli altri ragazzi, l’energia con cui ogni volta avremmo incendiato cento, poi mille e poi centomila persone, quella con cui avremmo raso al suolo gli stadi di tutto il mondo, già allora io la sentivo, già mi scuoteva dalla testa ai piedi mentre ero lì che urlavo contro me stesso davanti allo specchio – Are you talking to me? Are you talking to me? Are you talking to me?

Un piccolo estratto dal testo che ho scritto per PORTRAITS#3 GROWIN’UP Un romanzo cantato di Bruce Springsteen, lo spettacolo dell’Accademia dei Folli.

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