Scrivere con un pallone da basket

Il palleggio come il battito del cuore. Il pallone diviso da meridiani e paralleli, le sue sembianze così planetarie. Il desiderio di arrivare lassù e di restarci il più possibile, sospeso a mezz’aria, finché il suolo non ti reclama. “Il basket”, ha detto Bill Russell, ex pivot dei Boston Celtics, “è uno sport che tende al cielo”.

Ma proprio la sua strabiliante e lunghissima carriera dimostra che, per raggiungere il cielo, è sempre necessario partire da terra, dalla posizione base – giù sulle gambe, schiena dritta, testa alta –, dai fondamentali di gioco, dalla tecnica, dagli allenamenti.
William Blake, ex ala dei LA Lakers… Ok, era un poeta di Londra, ma la pensava più o meno come Russell. Blake era uno che sapeva “vedere un mondo in un granello di sabbia” e “tenere l’infinito nel palmo di una mano”. Insomma, tendono al cielo sia il poeta sia il campione dell’NBA. E, al tempo stesso, sono entrambi ben ancorati alla terra.
Il fatto è che basket e scrittura hanno moltissime cose in comune. I passaggi, per esempio – di tempo, di punto di vista, dietro la schiena, sopra la testa. E le finte, quelle che disorientano gli avversari e quelle che spiazzano i lettori. E poi gli schemi, disegnati sulla lavagnetta del coach o sul taccuino del romanziere. E ancora lo spazio, il tempo, il ritmo, la trama, le svolte, le azioni decisive, il finale.
Alla Scuola Holden, lo scorso week-end, abbiamo piazzato un canestro al centro esatto del cortile, proprio con l’obiettivo di esplorare queste similitudini tra basket e narrazione. I miei fantastici allievi si sono sottoposti a esercizi di scrittura in classe per poi concluderli là fuori, in sottomano e sotto il sole di mezzogiorno. Terzo tempo e struttura in tre atti. Uno contro uno e conflitto. Visione di gioco e punto di vista. Abbiamo inventato storie e le abbiamo giocate. Ognuno di noi ha descritto se stesso raccontando il suo gesto tecnico preferito. Marco è uno che ama starsene in pace, lontano da tutto e da tutti, e infatti ha scelto il gancio cielo. Michele, che non a caso fa l’avvocato, ha sciorinato un vasto campionario di trucchi offensivi e difensivi invisibili agli arbitri. Claudio ha elevato il penetra e scarica a sistema di vita. Fabrizio si è trasformato in Lupo, inteso come Flavio Portaluppi, tiratore con una percentuale da tre inversamente proporzionale all’ampiezza delle spalle. Giuseppe, Alice e Martina hanno mostrato numeri di alta scuola – d’altra parte insegnano alla Holden o l’hanno frequentata con ottimi risultati. Mauro Berruto, il coach di noi tutti, ci ha raccontato di quando, da ragazzino, aveva la pallavolo in testa e una palla a spicchi in mano.
Siamo partiti dalla terra, dai fondamentali, ma sempre con l’idea di arrivare al cielo. Ci siamo divertiti ed emozionati. Abbiamo avuto spesso il sospetto, anche quando eravamo in cortile a sudare come bestie, che quello che stavamo facendo non era solo basket. Perché quando hai in mano il pallone, quando sfiori con le dita i suoi meridiani e i suoi paralleli, senti davvero che c’è qualcosa di più, e capisci cosa intendevano dire Bill Russell e William Blake: to hold infinity in the palm of your hand.

(foto di Alice Gibellini)

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