Emiliano Poddi

CHI SONO

Sono nato a Brindisi nell’ottobre del 1975, da genitori entrambi cestisti.

Perciò suppongo di aver toccato il mio primo pallone da basket entro la fine di quello stesso anno.
Un ricordo della mia infanzia: mio nonno che sistema ventuno formine colorate su una specie di tavoletta. La capovolge, e contrariamente a tutto quello che ho capito del mondo, le formine non cadono per terra. Alla fine il nonno mi spiega che quella è una lavagna magnetica e che le formine sono le lettere dell’alfabeto. Mi dice che posso giocarci, se voglio.

Nel 1991 sono al terzo anno del liceo classico, e dato che gli allenamenti di basket mi prendono tutto il pomeriggio, per studiare mi sveglio all’alba. Sto per mollare – o la scuola o il basket, ancora non ho deciso – quando mi capita per le mani una versione tratta da Plutarco. I Tebani, c’è scritto, cacciarono gli invasori Spartani sul far della sera, dopo aver trascorso la mattina a sudare in palestra e il pomeriggio a dirimere spinose controversie filosofiche. Questi Tebani, penso. Allenamento e studio nella stessa giornata. E gli è avanzato pure il tempo per la rivoluzione.

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Nel 1999, quando alla laurea in lettere mi mancano pochi esami, la cartilagine del mio ginocchio sinistro va in mille pezzi in seguito a uno scontro di gioco. Dopo quattro interventi chirurgici senza esito sono costretto ad abbandonare i campi da basket. Alla discussione della tesi ci vado in stampelle.

Nel 2002, incerto tra la carriera universitaria a Milano e la scuola di preparazione all’insegnamento (SISS) a Brindisi, mi massaggio il ginocchio ancora gonfio e prendo una decisione: andrò a Torino per frequentare la Scuola Holden. Trascorro su quei banchi due anni meravigliosi, nonostante la pallacanestro mi manchi da morire. Infatti, durante uno dei primi laboratori, scrivo un racconto breve sulla nostalgia per il ball handling, l’esercizio di destrezza con cui di solito iniziano gli allenamenti di basket.

Nel 2004 tengo il mio primo corso alla Holden, dove tuttora insegno. Nello stesso anno inizio a collaborare con diverse compagnie teatrali, che da qui in avanti mi commissioneranno testi sui più svariati argomenti, dalle lotte della Resistenza all’invenzione del grissino. In quel periodo lavoro in radio come autore e regista (Radio2 Rai e Radio Svizzera Italiana), anche qui spaziando dal curling di Torino 2006 all’assedio di Leningrado del 1941.

Nel 2007 esce il mio primo romanzo, che ha come argomento il basket e come titolo un mezzo verso di Virgilio: Tre volte invano (Instar Libri) selezione Premio Strega. L’ultimo capitolo è il racconto sul ball handling che avevo scritto alla Holden.

Nel 2010, sempre con Instar, pubblico Alborán, ambientato nel mondo della radio e dedicato a mio nonno, quello della lavagna magnetica.

Nel 2011 collaboro con l’ex arbitro internazionale Roberto Rosetti alla stesura della sua autobiografia: Nessuno parla dell’arbitro (Add editore).

Nel 2016 esce Le vittorie imperfette. Il mio terzo libro, il primo con Feltrinelli. Dentro ci sono tutte le cose che per me contano davvero. Cos’altro?

Una volta ho segnato 47 punti contro una squadra di Napoli, la Partenope, il nome di una sirena. Ci ripenso ogni tanto, nei momenti di sconforto. Ho fatto 47 punti contro la Partenope Napoli.